Valeria Palumbo

 

Dopo essersi occupata di perfide e vittime più e meno bellicose a vario titolo, Valeria Palumbo intitola alle Figlie di Lilith un libro dedicato alle “emancipate non emancipazioniste”, ovvero alle “ribelli per istinto o necessità”, siano esse grandi cortigiane, attrici, ballerine, scrittrici di romanzi erotico-sentimentali, seduttrici, pittrici, modelle, ereditiere o “sartine intraprendenti” che “rivoluzionando la loro, hanno cambiato la nostra vita”. Incrocia, quindi, tratti biografici ben selezionati di una serie di fanciulle: da Valentine de Saint Point, l’autrice del Manifesto della donna futurista, a  Maria Volpi, meglio nota con quel suo pseudonimo di scrittrice, Mura, che già in quanto tale, ricordando una contessa russa che si lasciava alle spalle una scia di sangue, era già motivo di scandalo;  dalla pittrice Tamara de Lempicka alla Bella Otero, dalle attrici Francesca Bertini a Eleonora Duse, transitando affettuosamente nei dintorni dei travagliosi talami di molte altre profanatrici di tabù.

            Palumbo rinuncia sagacemente a trovare un “inizio” a queste sue storie e neppure una linearità – un compito senza speranza. Ma, come tutti noi, può dirsi certa che “a cavallo di Ottocento e Novecento, in Europa e negli Stati Uniti, qualcosa cambiò” e cambiò – come il mito della femme fatale che, da letterario, si trasformò in modello di comportamento per chi, in virtù del pelo sullo stomaco o del censo, poteva permetterselo – tramite il cinema, che alle grandi masse aprì gli orizzonti sulla perversità di una Lulù di Wedekind o sulla vampireschità di una Theda Bara.